Sessione 19
Igfirth, Norward e Phyllo, finito il loro giro in biblioteca tornano alla testa di drago, dove cenano e vanno a riposare.
Sked invece, con un piano preciso in mente, cerca Zikra e lo trova su un molo isolato del porto, a camminare guardando il mare. Gli chiede se può sostenere un funerale, in quanto chierico della Regina Corvo. Nello specifico il suo funerale.
Zikra non nasconde un velo di preoccupazione ma Sked gli mostra il petto e spiega la necessità di seppellire il suo passato per poter andare avanti. Compresa meglio la situazione, i due decidono che il luogo più consono sia la sala di allenamento della Testa di Drago.
È sera tardi e Turin, in procinto di andare a coricarsi, è leggermente confuso dall’inusuale richiesta con la quale si presentano i due, ma prende la decisione esecutiva di non farsi troppe domande sperando di potersi dirigere a letto il prima possibile. Sked, come fosse la prima volta con una donnina della notte, fa domande su quanto sia comune la sua richiesta e sulle esperienze passate di Zikra.
Il dannato chierico si apre un po’ con Sked e gli racconta di come in passato la sua fede abbia vacillato e di come per un periodo sentiva di star ripetendo le parole dei riti senza crederci fino in fondo. L’uomo che oggi è lì con lui è frutto di un percorso costellato di inciampi.
Zikra racconta anche che i funerali possano essere alienanti, soprattutto se ci si rivede nel defunto. Sked, finalmente convinto, gli chiede di salutare i propri compagni defunti, se durante il rito ne vedesse qualcuno, sottolineando che non li sta abbandonando ma ha bisogno di andare avanti.
Sked posa il martello a testa in giù e vi si stende supino davanti, come se l’arma pachidermica gli facesse da lapide.
Zikra inizia il rito. L’odore dell’incenso e di erbe aromatiche che bruciano pervadono la sala di allenamento assieme a preghiere in elfico e poi comune. La mano nera sul petto di Sked gli prosciuga il calore dal corpo, ma in breve inizia a sentire i sensi attutirsi. Chiude gli occhi e prova a riaprirli ma rimane tutto buio. Vede una gigante maschera di porcellana bianca sopra di lui. Sente di essere ancora nella stanza con Zikra, ma quello che vede non corrisponde a quello che il resto del suo corpo percepisce.
Il drago si rivolge alla Morrigan e chiede di scusarsi e salutare le persone del suo passato.
La dea non risponde. La maschera si avvicina al volto di Sked, quasi dovesse baciarlo. Si sposta all’ultimo e gli sussurra una parola all’orecchio. “Vivi”.
La visione di Sked svanisce e torna a vedere la stanza con Zikra ancora impiegato nella mesta litania. Il drago si tira su e chiede all’amico se questa volta le preghiere avessero avuto peso. Zikra risponde di sì, ma come viene a sapere che la Regina ha parlato a Sked, diventa un po’ malinconico. A quanto pare la Dea non ha mai più risposto all’uomo dopo il loro primo incontro molti anni prima, nonostante i numerosi tentativi.
Risaliti al pian terreno, trovano Turin poco felice dell’odore d’incenso che proviene dal campo di allenamento. Sked chiede scusa, saluta Zikra e poi procede verso la Nave per l’ora del tè con Kharzug.
Il gigantesco mezz’orco è al bancone della Nave con la Guida, che viene prontamente invitata a bere con gli altri due. I tre procedono verso l’ufficio di Solomon e il tè alla menta è servito, accompagnato da una discussione filosofica su come arrivare a conoscere se stessi.
La Guida, sempre sospettosa, aspetta a bere questa nuova bevanda prima di vedere che sembra non avere particolari effetti sugli altri due.
Sked e Khar proseguono un discorso che avevano iniziato quella sera. Dopo aver parlato per un po’ i due compagni chiedono al mezz’orco da dove venga quella sua spada così inquietante. Con grande sorpresa di tutti, la spada è proprio quella appartenuta al leggendario guerriero Kheveth.
Kharzug menziona che egli sia stato sconfitto da un avversario che era riuscito a diventare vuoto.
Questa informazione non fa che incuriosire ancor di più Sked e la Guida che chiedono una spiegazione più approfondita.
Khar racconta del suo popolo, gli orchi e mezz’orchi vivono per combattere, la guerra e la gloria che essa porta sono gratificazioni scolpite nelle fondamenta della società orchesca. Ne parla con rammarico, come se fosse una vita che non gli appartiene più e di cui non ha bei ricordi.
Ebbene Kheveth è diventato parte della leggenda perché anche prima di diventare un campione della Morrigan da morto, già nel reame dei vivi si era distinto come un guerriero eccezionale. Considerato da molti ancora oggi il miglior spadaccino che Zemlya Gor abbia mai visto, le sue gesta sul campo di battaglia non erano seconde a nessuno.
Un giorno venne sfidato da un mezz’orco sconosciuto, una richiesta quasi sfacciata e oltraggiosa per un guerriero del calibro di Kheveth. Ovviamente il guerriero accettò senza indugio, promettendo allo sfidante una morte rapida se avesse soddisfatto la sua sete di sangue.
Il giorno della sfida però il mezz’orco sconosciuto si presentò nel luogo concordato con ore di ritardo e senza un’arma, impugnando solo un lungo bastone.
Kheveth, accecato dalla rabbia per un tale affronto, dopo aver minacciato e insultato il suo avversario, si gettò a capofitto verso di lui, sicuro della sua superiorità fisica e tecnica. Fu un assalto molto breve e il leggendario spadaccino cadde a terra con il cranio spaccato da un colpo del lungo bastone prima ancora di poter mettere a segno un singolo attacco.
Secondo la storia che viene tramandata, alcuni pescatori videro lo sfidante arrivare ben puntuale sulle sponde dell’isola dello scontro, ma rimanere seduto sulla sua barca a meditare per alcune ore, totalmente indifferente ad ogni possibile disturbo esterno.
Kheveth aveva perso ancor prima di cominciare lo scontro, già dall’atteggiamento iniziale con il quale aveva affrontato la sfida. Le ore passate a prepararsi avevano rafforzato lo sfidante e indebolito Kheveth che si era fatto dominare dall’ira.
Da questa storia prese forma la filosofia guerriera detta “Nessuna Mente”, contrapposta a quella delle “Tante Menti” che fino a quel punto aveva dominato nel paese.
La seconda vuole che in battaglia ci si tenti di anticipare ogni possibile attacco o contrattacco dell’avversario o degli avversari, concentrando la propria attenzione su tanti elementi e nemici assieme.
La prima invece ricerca uno stato mentale di totale quiete, tale da permettere al corpo di rispondere in maniera fluida e istintiva ad ogni situazione, mantenendo la concentrazione sui propri movimenti, invece che su quelli dell’avversario.
Khar aggiunge che questa filosofia non ha bisogno di essere limitata solo al combattimento, ma può essere estesa a filosofia di vita e che secondo lui la quiete di mente e spirito permettono una vita migliore. Racconta anche di quando era giovane, quando conduceva una vita dominata dalla violenza e pensieri di conquista. Quella strada lo ha portato a perdere tutto, i suoi compagni, suo padre e la sua libertà.
È stato salvato dopo quasi 2 anni di schiavismo da Sol e dopo un lungo periodo di riflessione ha deciso di iniziare a percorrere la via della “Nessuna Mente”.
Riguardo la spada invece, Khar spiega che la tiene con sé considerandola un suo fardello. La lama è maledetta e drena la forza vitale di chi la usa. La maggior parte delle persone finirebbe per essere consumata dal suo potere, mentre il corpo innaturalmente resistente di Khar è in grado di sostenere lo sforzo con più facilità.
La Guida si chiede come si possa arrivare ad essere vuoti se si possiedono oggetti come quella spada. Khar è compiaciuto dell’osservazione e ammette che quello è stato uno dei primi ostacoli da superare. Tuttavia arrivati a questo punto i tre si rendono conto che, presi dalla conversazione, non si erano ancora formalmente presentati e procedono a scambiarsi gli usuali convenevoli.
Notando l’ora ormai tarda, decidono di andare tutti a coricarsi e mentre escono, la Guida e Sked incrociano Lince che stava per rientrare nel suo ufficio. L’uomo sembra scherzosamente risentito di non essere stato invitato a bere il tè con loro.
Sol si offre di riaccompagnare i due all’uscita e nel percorso chiacchierano di altri argomenti filosofici interessantissimi come lo schiavismo o il concetto di anima.
Sotto richiesta dell’umano dalla sera prima, Norward, Phyllo e Igfirth. I primi due scendono e iniziano colazione, mentre Iggy, ancora stanco, scende leggermente più tardi. Dopo lo scambio mattutino di convenevoli e tazze di caffè il gruppo raggiunge Sked al piano inferiore.
Il drago adesso deve affrontare la prova più difficile di tutte, ovvero ammettere i propri errori. Guardando i suoi compagni negli occhi dice di non essere mai stato bravo con le parole. Norward, ancora ferito, risponde con sarcasmo. Sked accusa il colpo e si inginocchia di fronte allo gnomo e porge il martello ai suoi compagni chinando il capo fino a toccar terra col corno.
Con tono rotto ammette di aver dovuto accettare quello che aveva già perso in passato per poter capire quello che stava perdendo adesso. Chiede anche perdono, una cosa che gli era stato insegnato di non fare mai. Norward gli domanda cos’è che ha perso in passato e Sked risponde il valore, il padre, ma soprattutto i compagni di un tempo.
Racconta che i suoi vecchi compagni siano morti per causa sua, perché non è stato in grado di salvarli. Norward a questo punto sbotta, chiedendo per quale ragione allora abbia deciso di abbandonare di nuovo dei compagni e cosa loro siano stati per lui. Sked risponde spiegando che nella lingua di Baharnar non ci sia un termine per la parola “amico” e che questa cosa ha sempre reso difficile per lui definirli.
Continua dicendo che fino a che non ha accettato il suo passato con il rituale della sera precedente, aveva sempre tenuto tutti a distanza per paura di affezionarsi di nuovo a persone che rischiava di non riuscire a proteggere. Ora però non ha più i suoi poteri da chierico e di certo non può più essere utile.
Phyllo prova a rincuorarlo dicendo che la sua presenza è già sufficiente. Sked però torna a parlare di come abbia ferito i membri del gruppo, fisicamente ed emotivamente, soprattutto Norward, quello che aveva promesso di proteggere più di tutti. Ribadisce poi che non avendo più poteri non è più buono a nulla.
Norward e Igfirth però insistono, Sked fa parte del gruppo e non hanno intenzione di accettare scuse. La prima linea ha bisogno di lui e non si scappa da questa responsabilità, poteri o meno. Sked nasconde un po’ di commozione e mostra loro il petto dove ormai è scomparsa completamente la cicatrice che si era auto inferto a forma di simbolo di Heres, sostituita da una cicatrice più grande che sta iniziando a guarire.
Sked dà regalo a nor, penna automatica. Domande su incenso, morte, funerale.
Sked scappa dalle domande.
Gianduia