Sessione 18
La fuga di Sked non dura molto, e viene raggiunto da Igfirth al bancone.
I toni della discussione però si smorzano, e mentre Sked mantiene una maschera di rabbia, Igfirth non cerca più di imporre le proprie emozioni, ma si limita ad esporle. È quindi il turno di Sked di esporsi, ammettendo che il problema sia legato meno all’essere sconfitto, e più all’essere stato risparmiato, una vergogna che va contro il suo credo e contro il modo in cui era stato cresciuto.
Ne conseguono sensi di colpa, la sensazione di essere un peso per il party, e l’aver perso tutto.
A queste rivelazioni, Igfirth si rende finalmente conto della situazione, e chiede a Sked di combattere la sua di battaglia. Lo dice senza voler una risposta immediata, assicurandogli che l’indomani sarebbe stato ancora del medesimo mese.
Nel frattempo, all’esterno, e al sicuro da idiomi peculiari, Norward sta ricoprendo ogni superficie di crisantemi di carta. Raggiunto da Phyllo, si vede appoggiare la bambolina di quest’ultimo addosso e, dopo qualche attimo di silenzio, tocca a lui essere confortato. La conversazione verte prevalentemente sulla necessità di esprimere le proprie emozioni e sentimenti, tanto più che il silenzio porta solo ad incomprensioni e a sofferenza, propria e degli altri a prescindere da quanto cerchiamo di evitarla ai nostri cari.
Verso la fine della conversazione i crisantemi iniziano ad avvizzire, seguendo leggi naturali peculiari.
Decisi a rientrare, Norward si alza e fa inavvertitamente cadere la bambola. Accorgendosi della sofferenza negli occhi di Phyllo, lo gnomo la solleva e la ripulisce, chiedendone l’importanza. Phyllo ammette quindi che prima del party, quella era la sua unica amica.
Si incontrano con Igfirth e la guida sull’uscio, dove sboccia un tenero momento tra i vecchi compagni di avventure. Decidono tutti meno che la guida di recarsi alla biblioteca, dove Norward provvede a raccogliere informazioni sulla famiglia legata al tempio e l’organizzazione politica locale, mentre Igfirth prosegue il proprio ruolo di tutor insegnando a Phyllo le prime basi sulla lettura e scrittura.
Dalle continue distrazioni di quest’ultimo nasce un discorso sulla crescita personale, il valore degli oggetti a prescindere dall’aspetto, e sulla maturità individuale.
Poco dopo esser stato lasciato solo, Sked, immerso in pensieri del passato, si avvia verso l’esterno della città sotto le prime gocce di pioggia, cercando un luogo remoto in cui poter affrontare la propria ira e il proprio Dio. Dirigendosi verso le zone collinose, in una radura isolata, si carica di elettricità, ed inizia ad inveire contro Heres, mentre versa olio a terra e lo infiamma con scintille partite dal proprio martello. Fulmini iniziano a cadere dal cielo, ma imperterrito Sked ne lancia a sua volta verso l’alto, continuando il proprio grido di sfida, fino a quando a silenziarlo è proprio un fulmine che lo colpisce in petto.
In quello che sembra essere un sogno, rivede se stesso da bambino e la fine della sua prima battaglia. Vede figure del suo passato, i suoi vecchi compagni d’avventura, ciò che era stato.
Al suo risveglio la tempesta è terminata e il cielo si sta schiarendo, lasciando intravedere spiragli di tramonto tra le nuvole. Come la tempesta, anche il simbolo del dio sembra essere svanito dal petto di Sked, lasciandolo vuoto, in balia di memorie del passato. Ciò che erano i teschi azzurri, suo padre, la vecchiaia, le responsabilità, l’ultima missione e la morte di Ratif.
Ripensa all’esilio autoimposto, alla sostituzione del padre con la nuova fede e al suo dio.
Ripensa alla missione, ai coboldi, alle voci della tempesta.
Ripensa a Igfirth e la sua stupida morale di non uccidere.
Ripensa a Norward e a quanto parli, ma il bene che gli vuole.
Ripensa a Jeck e come non siano mai andati d’accordo.
Ripensa a Leamros e a come sia stato l’unico ad aver capito, ma troppo tardi.
Ripensa a Hlynn e a come l’abbia persa, per nulla.
Ripensa allo scontro con Luradac, la rabbia cieca, al desiderio di essere un araldo della battaglia e come invece sia diventato una bestia.
Ripensa alla sconfitta, al fatto che sarebbe dovuto morire, ma sia stato troppo codardo per farlo.
Ripensa all’essere stato ritrovato da Igfirth e Norward, alla vergogna della sua incapacità di imparare, al continuare a cadere, a come forse forse sia un perdente, qualcuno che non ha mai vinto nulla che valesse la pena vincere.
Ripensa a come forse sia sempre stato un codardo e che forse Heres abbia fatto bene a lasciarlo indietro.
Ripensa a quanto sia stanco, al dolore, a che senso abbia vivere solo per soffrire.
Ripensa alla prima battaglia, a quando gli misero in mano una spada e lo mandarono, in quanto figlio di suo padre, a combattere e uccidere. Non aveva mai ucciso e non riuscì nemmeno in quel momento, causando solo delusione in suo padre. Perché o si uccide o si viene uccisi.
Ripensa alle botte ricevute, agli obblighi impostigli dalla sua origine.
Ripensa a come, ancora dolorante, venne raggiunto dal capo dei teschi azzurri che gli diede il permesso di piangere.
Istruito da un tale padre, ciò era impensabile per Sked. Per di più si sentì dire che suo padre non poteva capire in quanto drago. Lui invece non lo sarebbe mai stato. Quanta vergogna in quelle parole… sarebbe dovuto essere un drago… e non avrebbe potuto piangere.
Sked si rende conto di star piangendo, che qualcosa si è rotto. Ma non sta male. Sta finalmente bene.
Adesso però non sa cosa fare, ha sempre avuto qualcuno che lo puntava verso il prossimo obiettivo. Forse, anche dopo tutto quello che ha passato, è ancora lo stesso ragazzino spaventato con in mano una spada troppo pesante.
Passa ancora un po’ di tempo sotto la pioggia a riflettere. Poi si rialza per tornare in città, debole e trascinando il martello sul fianco. Si ferma però come nota una figura enorme, seduta nelle risaie. Avvicinandosi riconosce il mezz’orco visto nello studio dello zio di Igfirth, ma decisamente più grosso di come lo ricordava. Sembra immerso in meditazione, con la spada piantata nell’acqua gelida di fronte a sé.
Quasi avesse percepito la presenza di Sked, nonostante gli occhi chiusi, lo invita ad unirsi alla meditazione. Sked, troppo esausto per antagonizzarlo, accetta, lasciandosi quasi cadere in ginocchio nell’acqua gelida.
Come prevedibile, ne segue una discussione zen sulle emozioni, sulla forza della mente sul corpo e la realtà, sull’essere vuoti…
Il mezz’orco lo invita a meditare con lui e a cercare di svuotare la mente, ma Sked, psicologicamente sfinito, ha troppi pensieri negativi che gli frullano in testa per riuscire a reggere più di una decina di minuti. L’inquietante energia che si dipana dalla spada poi di certo non aiuta. Dopo circa un quarto d’ora, il drago cede e decide di rientrare in città.
Il mezz’orco, pazientemente, offre un tè di origine Baharnariana, che Sked accetta di buon grado. I due si avviano dunque alla volta della città e in prossimità del cancello il pachidermico samurai torna ad una forma più “minuta”, probabilmente per comodità.
Dentro le mura Sked riflette su una faccenda che vuole sbrigare prima di prendere il tè e i due si separano brevemente, dandosi appuntamento alla nave.
Ed è proprio alla nave che si trova anche la guida, impegnata ad assicurarsi il supporto locale con alcolici forti, parole dolci, e suoni rilassanti.
Gianduia.